Mi è capitato spesso di notare la facile tendenza a sovrapporre tra loro questi due concetti, che sono invece significativamente diversi. Pensiamoci insieme, aiutati da un esempio tratto dal libro 'Eredità' di Lilli Gruber.

 

 

 

 

Ad esempio, quando in terapia cerco di esplorare i motivi per cui una persona cara può aver mentito, tradito, deluso, più volte incontro obiezioni quali ‘questo non vuol dire che lo giustifico’, ‘non sto certo dicendo che ha ragione lei’, e così via. Oppure, mi scontro con la chiusura più totale al tentativo di mettersi, per un attimo almeno, nei panni dell’altro. Come se fossimo spaventati dall’idea che capire ciò che l’altro ha provato e pensato coincida automaticamente con il giustificare la sua condotta, che pure è risultata per noi dolorosa.   

Oltre che rispetto agli altri, cercare di comprendere quelle parti di noi stessi che non ci piacciono, di cui non andiamo particolarmente fieri e di cui spesso non siamo del tutto consapevoli (accostabili a ciò che C.G. Jung ha chiamato Ombra) è un utile esercizio al fine di uscire da quella facile scorciatoia costituita dal dividere il mondo (e noi stessi) in buoni o cattivi, giusti o sbagliati, senza tener conto del fatto che, nella nostra natura, possiamo ritrovare istinti, desideri, timori che tutti condividiamo. La differenza è nel modo in cui scegliamo di dirigerli e agirli: è proprio questo che spesso possiamo comprendere, ma in nessun modo giustificare.

Leggendo ‘Eredità’ di Lilli Gruber (ed. Rizzoli, 2012), libro in cui la scrittrice e giornalista Sudtirolese racconta le vicende della propria famiglia, mi sono imbattuta in un esempio che rende molto chiaramente la sostanziale differenza che qui cerco di evidenziare. Nel testo si coglie infatti il sincero sgomento con cui la Gruber ha scoperto, tramite le ricerche condotte per la stesura del libro, la facilità con cui molti suoi conterranei si sono buttati nelle braccia del Führer, pensando che li avrebbe inclusi nel progetto di ricostituire l’unità del popolo germanico. Ma ancor più doloroso è stato per lei riconoscere che anche alcuni suoi parenti, in particolare una prozia (Hella), erano totalmente soggiogati dalla personalità di Hitler, nonostante vi fossero già elementi sufficienti a capire quale fosse il suo drammatico intento. Ecco uno stralcio del testo riferito alla prozia:

 Dalle sue lettere e cartoline che ho potuto leggere di recente ho poi capito quanto fosse profonda la sua adesione al nazionalsocialismo. Quando ho fatto domande specifiche nessuno ha negato questo aspetto, ma la questione è stata liquidata con una frase che ho imparato a conoscere: ‘Credeva nel Deutschtum e lottava contro l’oppressione fascista’. Questi ideali sembrano giustificare l’abbaglio ideologico in cui precipitarono sia lei sia Gusti, l’altra sorella filo-hitleriana.

Non posso affrontare qui il problema, drammatico e trattato da bel altri studiosi, del rapporto tra il Sudtirolo e la sua memoria sulle compromissioni con il nazismo. Però devo dire che con questa interpretazione della vicenda della mia prozia non sono d’accordo. Hella non seguì una via obbligata, resa inevitabile dalle persecuzioni, dall’epoca, dall’età che aveva. Fece una vera e propria scelta di campo. L’eroica insegnante delle catacombe dei racconti familiari era parte di un gruppo che esponeva svastiche, si richiamava al Führer tedesco e aveva l’obiettivo programmatico di entrare a far parte del Reich. Lo stesso Reich che già si sbarazzava degli avversari politici. Un errore del genere è comprensibile, ma non giustificabile.”  

(L. Gruber, 2012 p. 199)