(di Massy Tadjedin, 2010)

 


Film dalla trama solo apparentemente semplice e scontata, in grado in realtà di avviare una riflessione su alcune dinamiche della psiche maschile e femminile, riguardanti la formazione e, soprattutto, il mantenimento di un legame di coppia stabile. 

 

Nella cornice della Grande Mela, Joanna (Keira Knightley) e Michael (Sam Worthington) sono chiamati a confrontarsi con uno degli aspetti più spinosi della vita coniugale, cioè conciliare l’amore reciproco e l’impegno preso alla fedeltà con l’insorgere di un dirompente desiderio, che può assumere connotazioni molto diverse. 

Mentre Michael ci mette fin dall’inizio in guardia rispetto all’attrazione fisica che prova per la collega Laura (Eva Mendes), consentendoci di anticipare, dal suo sbirciare le forme di lei, come si concluderà la loro trasferta di lavoro, Joanna, nella casualità dell’incontro con una vecchia fiamma, Alex (Guillaume Canet ), ci fa pensare inizialmente al più innocente desiderio di ritrovarsi con un caro amico, senza rivelare quale motore ben più complesso muova invece le sue reazioni. 

Quando la vediamo rispondere alla telefonata di Alex, registrato sul suo cellulare come una semplice “A”, e guardare teneramente le sue foto, nascoste in un libro in salotto, iniziamo a comprendere che quel ragazzo è per lei qualcosa di più, e che effettivamente il loro incontro, almeno nelle intenzioni di lui, non è stato casuale.  La scelta del look per la serata da trascorrere insieme, dalla lingerie al trucco, è profondamente diverso dal veloce e un po’ trascurato abbigliamento che ha riservato all’uscita con il marito la sera precedente, e questa malizia ci induce a nutrire qualche sospetto.

Pare lei stessa stupirsi nello scoprire, gradualmente, il piacere nella condivisione e nello scambio con una persona affine, un’intesa immutata nel tempo, solo diluita dalla lontananza tra Parigi (residenza di Alex) e New York. Sarà un amico di Alex, durante la cena, ad avvicinarla alla comprensione di quello che sta accadendo dentro di lei, ponendole delle domande cui lei stessa aveva forse evitato di pensare (come ci suggerisce il suo rifiutare la chiamata di Michael mentre era in taxi con Alex). Pare strano a tutti che lei, sposata, esca con Alex proprio la sera in cui il marito è fuori città, solo lei sembra cadere ingenuamente dalle nuvole quando le si fa notare questa curiosa coincidenza. 

È tuttavia piuttosto chiara l’ultima telefonata tra lei e il marito prima della serie di eventi che cambierà il loro modo di pensare se stessi e la loro coppia: la breve conversazione, in cui entrambi si appigliano a disturbi della linea telefonica per camuffare l’incomunicabilità di quello che provano al momento, unitamente al desiderio di essere altrove e con qualcun altro, si chiude con lui che le dice un sincero (anche se già colpevole) “ti amo”, al quale lei risponde in modo frettoloso e molto meno coinvolto.

Mentre nel caso di Michael il contesto nel quale si consuma il tradimento appare fin troppo chiaro, per Joanna risulta molto più sottile, in quanto non ha radice nell’attrazione puramente fisica e sessuale, bensì nel senso di benessere e protezione che prova nello stare con l’uomo che ha amato e al quale è tuttora legata. Infatti, il film (che gioca molto abilmente sul parallelismo di gesti, sguardi, discorsi, situazioni dei due coniugi lontani) ci presenta Michael e Laura immersi nella piscina dell’albergo, mentre Alex e Joanna ballano su una terrazza al ritmo di una musica lontana, risalente alla loro prima notte. In entrambi i casi si può dire che sia già stata irreversibilmente oltrepassata una soglia di intimità che, nel caso di Michael, riguarda la sfera prettamente fisica e sessuale, mentre per Joanna coinvolge una dimensione più profonda di affetti, emozioni, ricordi. 

Anche se noi donne, nel corso del film, potremmo trovarci a parteggiare apertamente per Joanna, indignate dalla volgarità e banalità del comportamento di Michael, scopriamo alla fine che il tradimento sessuale di lui, seguito da un corteo di rimorsi e sensi di colpa (che lo portano a cercare di congedarsi timidamente dall’amante il mattino seguente dicendo “non pensavo che sarebbe successo”, e lei a rispondergli maliziosamente “anche la seconda volta?”), quasi impallidisce dinanzi al tradimento di tipo affettivo di Joanna. Infatti, mentre il mattino seguente Michael si allontana frettolosamente da Laura, tornando anticipatamente dalla moglie, quest’ultima pare più irrimediabilmente impossibilitata a rientrare nel proprio ruolo coniugale. Si accorge infatti di un radicale cambiamento dentro di sé, della scoperta di un sentimento profondo che forse aveva sottovalutato in precedenza. 

Il biglietto scritto da Joanna a Michael la mattina della sua partenza per scusarsi della lite avuta la sera precedente, nascosto in una sua camicia, aumenta in lui il senso di colpa, ma il contenuto del messaggio pare totalmente dissintono con lo stato d’animo della protagonista nel momento in cui viene letto dal marito.  Durante il film, può colpire prevalentemente il fatto che in questo biglietto lei si sia scusata con il marito, attestandogli la propria fiducia, quando invece lo spettatore sa che la sua gelosia era ben giustificata, mentre a posteriori si comprende come la parte più incongruente del messaggio sia il conclusivo “I love you”. 

Questa “last night” è, forse, proprio l’ultima notte iniziata per entrambi con la convinzione di appartenere esclusivamente l’uno all’altra, in quanto al risveglio il mattino seguente avrebbero avuto la compagnia di uno scomodo ospite interno, che non permetterà più loro di calzare gli abiti indossati fino al giorno precedente. 

Quando Michael rincasa e propone a Joanna di trascorrere la giornata insieme, in un goffo tentativo di riparazione ai propri sensi di colpa, lei accetta senza entusiasmo, mentre ancora piange per la partenza di Alex e chiede bruscamente al marito i motivi del suo anticipato ritorno. E’ lontano dalla mente di lei, in quel momento, domandarsi se il marito le è stato o meno fedele, motivo per il quale avevano discusso solo il giorno prima e del quale pare ormai totalmente dimentica. Anche per Michael è remoto il pensiero che la moglie possa avergli nascosto qualcosa, ma l’abbigliamento da sera sparso per l’appartamento e il trucco di lei lo portano ad interrogare con lo sguardo la moglie, che improvvisamente gli appare aliena e misteriosa. L’accenno di risposta da parte di Joanna con cui si chiude il film lascia allo spettatore la libertà di immaginare quale via questi due coniugi possano scegliere: penso che questo sia il finale migliore, in quanto lascia insaturo un clima emotivo al quale ciascuno di noi può attribuire una propria colorazione. 

Nell’arco di 24 ore vediamo infatti alternarsi la rappresentazione di diverse sfumature e connotazioni del sentimento amoroso, declinato nei suoi aspetti di tenerezza, cura, fiducia, complicità, desiderio, passione, gelosia, nostalgia, rimpianto, rimorso, colpa: una visione a 360° che nel film è ben espressa soprattutto dal linguaggio non verbale dei protagonisti, più che dai dialoghi tra essi intrecciati, che non possono rendere la complessità di un sentimento forte che si ribella a qualunque tentativo di definizione. Sono a mio avviso, tra altri fattori, soprattutto l’ottima capacità interpretativa di Keira Knightley (ammirabile anche nel più recente “A dangerous method” di Cronenberg) e la particolare colonna sonora a conferire a questo film una dimensione delicata, intima ed ovattata, che avrebbe altrimenti potuto rischiare di perdersi nella rumorosità di New York e nella semplice descrizione di uno tra i tanti possibili modi di essere marito e moglie.