Penso che mi piacerebbe parlare a me stesso nel futuro … si, è qualcosa che farò!”: così inizia il video che un ragazzino americano, Jeremiah McDonald, ha registrato all’età di 12, ripromettendosi di guardarlo solo nel futuro, come testimonia l’etichetta apposta sulla videocassetta (“Do not watch until future”). 

Quel momento, indefinito ma comunque distante nel tempo, è arrivato: Jeremiah, all’età di 32 anni, ha deciso di confrontarsi con il se stesso di 20 anni prima, montando un video di 3.47 minuti pubblicato su You Tube il 5 luglio, raggiungendo in quattro mesi 8870693 visualizzazioni. 

Ciò che sorprende maggiormente di questo filmato non è tanto l’idea avuta dal Jeremiah adulto (che di mestiere fa il regista e l’attore), quanto quella del bambino che, nel 1992, si è messo davanti ad una telecamera immaginando di parlare con il se stesso che sarebbe diventato “da grande”. E descrive con inesorabile puntualità ciò che suppone gli sarebbe successo: avrebbe perso i capelli, il timbro della sua voce sarebbe cambiato, e sarebbe sembrato più vecchio rispetto la sua età, qualunque essa fosse. 

Chissà cosa si era proposto il piccolo Jeremiah quando aveva girato questo video, quale significato aveva per lui parlare a se stesso nel futuro? Immagino sia un’idea balenata nella sua mente più o meno all’improvviso, e che ha realizzato senza troppo pensare: in questo si trova il contrasto più evidente con i filmati costruiti ad hoc dal Jeremiah adulto, ai quali manca quella spontaneità che, d’altra parte, può essere propria solo di un bambino. Può anche essere stata voluta dall’autore la contrapposizione tra l’immagine vivace e piena di vita del bambino rispetto la sua staticità, che si rispecchia (in modo troppo simmetrico per essere casuale) nell’autoritratto di V. Van Gogh appeso alla parete dietro le sue spalle. 

Nel guardare questo filmato possiamo alternare l’identificazione del nostro punto di vista con la  prospettiva del Jeremiah adulto o bambino. Nel primo caso, non possiamo non notare l’irriverenza e le “stranezze” proprie dell’altro, ma siamo anche toccati dalla tenerezza che un’immagine di noi da ragazzini spesso suscita. Nel secondo caso, ci colpisce il sarcasmo dell’adulto, il suo bisogno di nascondere le proprie debolezze (siano queste anche solo il fatto di essere rimasto legato al telefilm preferito nell’infanzia), l’atteggiamento saccente con il quale vuole spiegare la vita al più piccolo, e il modo brusco con cui “lo lascia” alla fine del video, avendo altro da fare. In effetti, è proprio così che da ragazzini si vedono gli adulti! 

Ed è per questo anche che, molto probabilmente, a nessun adulto verrebbe in mente di girare un filmato per parlare a se stesso negli anni a venire: troppe cose “più importanti” da fare, ma forse, soprattutto, la grande paura di apparire infantile. 

Credo che troppo spesso si utilizza questo termine in senso dispregiativo, quasi fosse una vergogna portare in sé tracce del bambino che siamo stati: laddove queste siano integrate in una personalità matura, costituiscono una risorsa piuttosto che un limite, una fonte di fantasia e ispirazione piuttosto che un difetto da nascondere. In fondo, questo è ciò che ha magistralmente spiegato G. Pascoli con il suo Fanciullino: 

 

Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona. E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all'uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora

 

Riuscire a mantenere nella nostra visione del mondo anche solo una traccia di quella meraviglia che caratterizza i bambini è un grande successo: meraviglia che non significa ingenuità o creduloneria, bensì rimanda all’atteggiamento di chi è disponibile a lasciarsi stupire dalle cose semplici che ogni giorno possono capitarci. Certo, in un contesto sociale quale il nostro, dove veniamo educati a stare all’erta, a non farci fregare, a non essere insomma il pesce più piccolo destinato ad essere divorato, questo discorso può apparire decisamente anacronistico; personalmente ho adottato questa chiave di lettura alla visione di questo video, leggendo il sarcasmo dell’adulto come volutamente finalizzato ad enfatizzare la genuinità del piccolo Jeremiah. 

Qualora questo video sia, come i maligni suggeriscono, una trovata pubblicitaria dell’autore per pubblicizzare la propria attività, penso che nulla toglierebbe all’originalità dell’iniziativa, che ciascuno di noi può utilizzare per immaginare come si sarebbe visto 20 anni prima, quali domande si sarebbe posto, come avrebbe ipotizzato di vivere. Ma già per fare questo sforzo di immaginazione, dobbiamo accertarci che la nostra mente e il nostro sentire non siano troppo corrotti dall’idea che si tratti di “una cosa da bambini”.